Questa ricetta fa parte della rubrica “I dolci di Artusi” che o creato in memoria del più grande gastronomo e cuoco romagnolo Pellegrino Artusi
nato a Forlimpopoli il 4 agosto 1820 nel bel mezzo della Romagna, un paesino vicinissimo a Forlì che ha ospitato per più di trenta anni
Pellegrino Artusi e tutta la sua famiglia. A segnare una svolta nella vita di Pellegrino Artusi e della sua famiglia fu la famosissima incursione
del brigante chiamato Passatore, che dopo aver fatto irruzione nel teatro cittadino, lui e la sua banda riuscirono ad entrare nella casa del
futuro gastronomo dove razziarono qualsiasi cosa che avesse un valore. A causa dello shock dovuto all’irruzione, la famiglia Artusi decise di andarsene per sempre dalla Romagna, e cominciarono una nuova vita andando a vivere a Firenze.
Proprio a Firenze Pellegrino Artusi scrisse e pubblicò a sue spese il libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” un capolavoro sulla cucina italiana che divenne uno dei libri più letti dagli italiani assieme ai Promessi sposi e Pinocchio.
Torta di pane bruno alla tedesca
Il testo della ricetta è originale dell’epoca, se trovi qualcosa di strano nell’italiano usato per descrivere la ricetta sappi che è un testo risalente al 1891.
Ricetta numero 644 dal libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi
Ingredienti:
Una torta che merita e vi consiglio a provarla.
Mandorle dolci, grammi 125.
Zucchero, grammi 125.
Cognac, cucchiaiate n. 4.
Corteccia di pane di segala grattato, cucchiaiate colme n. 3.
Uova, n. 5.
Preparazione:
Prima lavorate lo zucchero con due delle dette uova intere, poi aggiungete le mandorle sbucciate e pestate fini con una cucchiaiata del detto zucchero; tornate a lavorare il composto, indi versate il pangrattato e tre rossi, in ultimo il cognac. Montate le tre chiare rimaste ed unitele.
Preparate una teglia proporzionata, ungetela col burro e aspergetela di zucchero a velo e farina. Dopo averla cotta al forno o al forno da campagna copritela con una crosta tenera come quella del n. 645, oppure con un intonaco di cioccolata in questa maniera:
Mettete al fuoco grammi 30 di burro e grammi 100 di cioccolata a pezzetti e quando sarà bene sciolta aggiungete grammi 30 di zucchero a velo e distendete il composto sul dolce quando non sarà più a bollore. Se non temessi di seccare il lettore, qui verrebbe opportuna un’altra digressione sulla cucina tedesca.
Mi resterà memorabile finché vivo il trattamento della tavola rotonda di un grande albergo ai bagni di Levico. Cominciando dal fritto o dal lesso fino all’arrosto inclusivo tutti i piatti nuotavano in un abbondante sugo sempre eguale, dello stesso gusto e sapore, con qual delizia dello stomaco potete immaginarlo e, come se ciò fosse poco al suo tormento, quei piatti spesso spesso venivano in tavola
accompagnati da un timballo di capellini, – di capellini, capite! – che in questo modo devono sottostare a doppia e lunga cottura: un vero impiastro. Quanta differenza dal gusto nostro! Ai capellini in brodo il mio cuoco ha l’ordine di far alzare appena il bollore, ed io li prevengo aspettandoli in tavola.
La cucina italiana, che può rivaleggiare con la francese, e in qualche punto la supera, per la grande affluenza oggigiorno di forestieri in Italia che, si vuole, vi lascino da trecento milioni all’anno e, secondo calcoli approssimativi, con un crescendo eccezionale di altri
duecento milioni in oro nell’anno santo 1900, va a perdere, a poco a poco, in questo miscuglio turbinoso di popoli viaggianti, il suo carattere particolare e questa modificazione nel vitto già è cominciata a manifestarsi più specialmente nelle grandi città e nei luoghi più battuti dai forestieri.
Ebbi a persuadermene di recente a Pompei, ove, entrato con un mio compagno di viaggio in un ristoratore in cui ci aveva preceduto una comitiva di tedeschi, uomini e donne, ci fu servito il medesimo trattamento di loro.
Venuto poi il padrone a chiederci gentilmente se noi eravamo rimasti contenti, io mi permisi di fargli qualche osservazione, sullo sbrodolo nauseoso dei condimenti ed ei mi rispose: “Bisogna bene che la nostra cucina appaghi il gusto di questi signori forestieri, essendo quelli che ci
danno il guadagno”. Forse per la stessa ragione, sento dire che la cucina bolognese ha subíto delle variazioni e non è più quella famosa di una volta.
